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I consumi dei data center: quanto pesa davvero il cloud

I data center assorbono circa l’1,5% dell’elettricità mondiale. Che cosa c’è dietro questi numeri e perché conservare meno dati aiuta l’ambiente.

4 min di lettura

Sostenibilità · Infrastrutture

Ogni volta che guardiamo un video in streaming, salviamo una foto “nel cloud” o poniamo una domanda a un assistente basato sull’intelligenza artificiale, quel lavoro accade da qualche parte: dentro un data center. Sono edifici pieni di computer sempre accesi, ed è lì che vive gran parte di ciò che chiamiamo internet. Comodo e invisibile — ma non gratuito, soprattutto in termini di energia.

In breve. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), nel 2024 i data center hanno consumato circa 415 TWh di elettricità, pari a circa l’1,5% del totale mondiale, e la domanda è destinata quasi a raddoppiare entro il 2030. L’efficienza per singola operazione è migliorata molto, ma il modo più sicuro di risparmiare energia resta uno solo: elaborare e conservare solo i dati che servono davvero.

Quanta energia serve, davvero

Un data center è una struttura che ospita grandi quantità di server, sistemi di archiviazione e apparati di rete: è l’infrastruttura fisica del cloud. Poiché concentra migliaia di macchine sempre accese, richiede molta elettricità per funzionare e, in egual misura, per raffreddarsi.

L’ordine di grandezza è significativo. La IEA stima che nel 2024 i data center abbiano assorbito circa 415 terawattora, all’incirca l’1,5% del consumo elettrico globale, con una domanda cresciuta di circa il 12% l’anno negli ultimi cinque anni — più di quattro volte la crescita del consumo elettrico complessivo. Le proiezioni indicano un percorso verso circa 945 TWh entro il 2030, poco meno del 3% dell’elettricità mondiale. Il consumo è anche molto concentrato: nel 2024 Stati Uniti, Cina ed Europa rappresentavano insieme la maggior parte della domanda.

Cosa sta spingendo la crescita

Dietro questi numeri ci sono attività quotidiane: cloud storage, streaming, servizi online e, sempre di più, l’intelligenza artificiale. È soprattutto quest’ultima a trainare la curva: la IEA stima che il consumo dei server “accelerati”, usati per l’AI, cresca intorno al 30% l’anno, contro il ~9% dei server tradizionali. Nel solo 2025 la domanda elettrica dei data center è aumentata del 17%, ben oltre la crescita complessiva della domanda mondiale.

Il punto interessante è che efficienza e crescita corrono in direzioni opposte. Le singole macchine diventano più efficienti, ma la quantità di calcolo richiesta aumenta più in fretta: un classico effetto di rimbalzo, in cui i risparmi vengono più che compensati dall’aumento dei volumi.

Misurare l’efficienza: il PUE, il raffreddamento e l’acqua

Per misurare quanto bene un data center usa l’energia si utilizza il PUE (Power Usage Effectiveness): il rapporto tra l’energia totale della struttura e quella che arriva effettivamente ai computer (PUE = energia totale ÷ energia dei server). Il valore ideale è 1,0, cioè ogni watt destinato al calcolo e nulla sprecato in raffreddamento, illuminazione o perdite. Nella pratica gli impianti più datati viaggiavano intorno a 2,0 (metà dell’energia spesa in “contorno”), mentre i grandi operatori più efficienti si avvicinano a 1,1 — Google, per esempio, ha riportato un PUE medio di circa 1,1 sulla propria flotta. Il PUE è standardizzato a livello internazionale (ISO/IEC 30134-2).

Dopo i server, la voce che pesa di più è il raffreddamento: mantenere le macchine a temperatura è una sfida costante, ed è la ragione per cui buona parte dell’innovazione riguarda proprio come dissipare il calore. A questo si aggiunge un impatto meno visibile — quello idrico: molti sistemi di raffreddamento consumano quantità rilevanti di acqua, un fattore sempre più discusso nella valutazione della sostenibilità di queste strutture.

Il dato più sostenibile è quello che non viene centralizzato

Rendere i data center più efficienti è necessario, ma non basta: finché i volumi crescono più in fretta dei guadagni di efficienza, i consumi assoluti continuano a salire. Ecco perché la domanda più utile non è solo “come rendere più verde un data center”, ma anche “quanti dati abbiamo davvero bisogno di centralizzare?”.

È il criterio con cui OM Software progetta le proprie applicazioni: far lavorare il più possibile il dispositivo che le persone hanno già, invece di un server che dovrebbe restare acceso per loro. Meno infrastruttura da alimentare significa un’impronta più leggera.

Costruire in modo essenziale, conservare meno e centralizzare solo ciò che serve davvero non è soltanto buona ingegneria: è un modo concreto di rendere la tecnologia più sostenibile, un’applicazione alla volta.

Fonti

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